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Obesità e politiche pubbliche

 

A cura di: Diana Soligo - AIDAP Padova

 

Fonte: Gearhardt AN, Bragg MA, Pearl RL, Schvey NA, Roberto CA, Brownell KD. (2012). Obesity and public policy. Ann Rev Clin Psychol, 8, 405-30.

 

Un articolo Gearhardt e collaboratori pubblicato sull’Annual Review of Clinical Psychology, si focalizza sulla necessità di ridurre l’incidenza e la prevalenza dell’obesità, trovando la soluzione che dia il miglior beneficio al minor costo.

Gli autori iniziano con il porsi la domanda se sia più utile trattare o prevenire l’obesità per ridurne la prevalenza. Numerosi trattamenti sono stati utilizzati per combattere l’obesità, dalle diete riportate sui libri ai metodi commerciali stile weight watchers, dalla terapia comportamentale a numerosi approcci dietetici, dai farmaci alla chirurgia. Ognuno di questi è stato analizzato dalla letteratura, e i risultati sono spesso deludenti. Dovendo poi trattare il problema su larga scala bisogna anche valutare il costo dell’intervento. Il trattamento dell’obesità è complicato perché una combinazione di fattori contribuisce a rendere difficile il raggiungimento e il mantenimento del peso perduto, in particolare l’ambiente che predispone all’assunzione di cibo e ad avere uno stile di vita sedentario.

Trattare l’obesità con un programma di salute pubblica su larga scala è troppo dispendioso in termini di risorse e non è il modo più efficace di agire, se l’intento è quello di ridurre la prevalenza dell’obesità nella popolazione. Essendo ormai l’obesità un problema globale, il modo più efficace per combatterla è prevenirne l’insorgenza.

Il punto è capire quale sia il tipo di prevenzione più efficace. È noto che la predisposizione personale all’aumentare di peso si esprime solo se l’ambiente nel quale si vive lo permette. In un ambiente dove il cibo è abbondante e molto denso in calorie, e l’attività fisica non è incoraggiata, l’insorgere dell’obesità è il risultato più probabile. La sola educazione non è in grado di  interrompere questa tendenza: è necessario cambiare l’ambiente. Un esempio ci viene offerto dalla legge sulla donazione degli organi: nei Paesi dove si sceglie di essere donatori la percentuale di donazioni è del 15%; nei Paesi in cui invece si può scegliere di non esserlo la percentuale dei donatori è del 98%. Nessun programma educativo o di sensibilizzazione porterebbe la percentuale dal 15% al 98%, ma una legge formulata nel modo giusto sì.

Partendo da questa considerazione, gli autori analizzano diverse aree di ricerca, suggerendo quali cambiamenti potrebbero modificare l’ambiente.

Un primo argomento importante e spesso ignorato, riguarda i pregiudizi nei confronti del peso. Il pregiudizio, e la discriminazione, sono spesso trascurati quando si parla di obesità. La convinzione che una persona con obesità sia pigra o non abbia forza di volontà, genera comportamenti di discriminazione sia a livello personale sia delle istituzioni. Svariati studi ci svelano che nell’ambiente lavorativo il pregiudizio sul peso genera un impatto negativo nel valutare qualità e capacità del candidato. A scuola, gli studenti con eccesso di peso sono discriminati non solo dai compagni ma anche dagli insegnanti, hanno risultati peggiori, dimostrando che il pregiudizio può metterli in difficoltà e incidere negativamente sui loro risultati scolastici. Negli ultimi dieci anni sono aumentate le esperienze di discriminazione nei rapporti interpersonali: ad esempio, le donne con obesità sono invitate meno a uscire da potenziali partners, ma è a livello familiare che vengono riportate le discriminazioni maggiori, a partire dalle madri che sono la principale fonte di stigma. Anche nell’ambiente medico il pregiudizio sul peso è particolarmente presente; gli operatori (medici, infermieri, studenti di medicina, professionisti del fitness e dietisti) incolpano i pazienti per il loro peso e per i problemi di salute ad esso connessi. Anche i media danno il loro contributo: rappresentazioni stigmatizzanti di persone obese appaiono spesso nei film, spettacoli televisivi e pubblicità rivolte a bambini e adulti.

Se si continua a credere che l’obesità sia una questione di responsabilità personale, ponendo enfasi sulla colpa individuale, e non un problema di responsabilità della società e dei governi, s’impedisce che essa sia considerata un rischio per la salute pubblica, e che quindi le politiche apportino interventi e facciano prevenzione. Si può dedurre che un programma che punti sull’eliminazione dei pregiudizi legati al peso, possa avere un grosso impatto positivo su questi soggetti, migliorando la qualità dei rapporti interpersonali e l’autostima.

Un’altra area che è stata presa in considerazione è la dipendenza dai cibi ultraprocessati, quegli alimenti che l’industria alimentare, nel tentativo di aumentare le vendite, ha manipolato aggiungendo grassi, zuccheri, esaltatori di sapidità e caffeina, rendendo gli alimenti più palatabili. L’epidemia di obesità che si è evidenziata contemporaneamente all’aumento della distribuzione di questi prodotti, ha evidenziato una serie di somiglianze comportamentali e psicologiche tra il consumo di cibo in eccesso e i disturbi da dipendenza, come l’incapacità di ridurne il consumo anche se lo si vorrebbe e disturbi d’ansia e dell’umore. Numerosi studi sugli animali sono a supporto di questa evidenza, come lo è la ricerca basata sul neuroimaging. Ciò non significa che tutti gli individui con obesità abbiano una dipendenza legata a questi alimenti, mentre persone normopeso possono invece soffrirne. Sarà essenziale focalizzarsi sul determinare quanto questo tipo di dipendenza possa incidere sulla salute delle persone, in modo da sensibilizzare le politiche pubbliche.

Altra area di ricerca è quella del cibo a scuola. Dato il tasso in continua crescita legato all’obesità infantile, l’importanza dell’ambiente scolastico nella prevenzione e nella riduzione del fenomeno è evidente. I ragazzi passano a scuola la maggior parte del tempo speso fuori casa, consumando spesso lì buona parte delle calorie giornaliere. L’ambiente scolastico fornisce un’ottima opportunità per sviluppare e implementare una buona alimentazione, l’attività fisica e una politica di benessere. La scuola dovrebbe avere l’obbligo di servire pasti nutrizionalmente bilanciati, pertanto servirebbe una chiara legislazione che permetta di raggiungere questo scopo. La scuola deve anche fare i conti con il cibo extra scolastico, ossia quello dei distributori automatici e dei bar. Anche qui il tipo di alimenti che possono essere distribuiti dovrebbe essere regolamentato, in modo da ridurre l’acquisto di bevande zuccherate, patatine, snacks e gelati. Un esempio ci arriva dall’America, dove il U.S. Department of Agriculture (USDA) ha pubblicato le modifiche da apportare ai programmi di alimentazione scolastica del 2011, inserendo un numero massimo di calorie per pasto, aumentando la quantità di frutta e verdura e riducendo la quantità dei grassi saturi e grassi totali. Attualmente l’USDA ha ricevuto anche il compito di occuparsi del cibo extra scolastico, ottenendo un’importante vittoria sul miglioramento dell’alimentazione a scuola.

Altro strumento a disposizione della scuola è l’attività fisica. Sono ben noti i benefici che apporta all’organismo, tuttavia c’è la necessità di creare dei programmi scolastici validi al fine di utilizzare al meglio questo strumento.

Altro punto importante che viene analizzato è quello del marketing che ruota attorno all’industria alimentare. Nel 2012 l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva messo in evidenza come la pubblicità del cibo fosse un importante fattore di rischio per l’obesità infantile. Le pubblicità viaggiano in tv, su internet e sui social network, dove vengono colpiti in maniera mirata gli adolescenti. Le leggi che regolamentano le pubblicità sono insufficienti, e con fatica si agisce contro gli interessi delle grosse multinazionali, ma è necessario quando si tratta di proteggere una fascia di popolazione così vulnerabile come lo sono i giovani, soprattutto i bambini. Serve una regolamentazione chiara e univoca che soddisfi dei criteri nutrizionali specifici per i cibi che vengono pubblicizzati e che definisca come i mezzi di comunicazione debbano essere regolamentati.

Altro terreno da valutare sono le etichette degli alimenti, modo importante per fornire informazioni sul valore nutrizionale del cibo. Purtroppo non esiste un sistema univoco che ne regolamenti la stesura, e spesso il produttore fa risaltare la caratteristica che più gli conviene per vendere il prodotto. Sono stati fatti vari tentativi di uniformare l’etichettatura dei prodotti e ad oggi, pur se sulla buona strada, siamo ancora lontani dalla trasparenza che dovrebbe essere data al consumatore. In Italia ancora non esiste una legge che obblighi all’indicazione dei valori nutrizionali in etichetta, anche se la maggior parte dei prodotti la riporta, e la lista degli ingredienti reca spesso codici che sono incomprensibili alla maggior parte delle persone. Lo scopo delle etichette è duplice: dovrebbe incoraggiare le persone a fare scelte più consapevoli, ma anche spingere l’industria a modificare in meglio i loro prodotti.

Un ulteriore problema è quello del cibo nei ristoranti. Raramente sono indicate le calorie e i valori nutrizionali, e anche se alcuni studi non evidenziano cambiamenti nella scelta del menu senza e con l’indicazione delle calorie, in altri la riduzione delle calorie del pasto scelto è risultata significativa. Su questo punto è necessaria ulteriore ricerca.

Altro punto analizzato è l’idea di tassare i cibi meno salutari, idea che nacque più di 20 anni fa, ma che fu presa sul serio solo nel 2009, con la decisione di tassare le bevande zuccherate. Attualmente la tassazione è in vigore in alcuni stati americani, ma l’incidenza sul prezzo finale è talmente bassa da non dissuadere il consumatore dall’acquisto. Il prezzo del prodotto dovrebbe essere incrementato del 10-20% perché avesse effetto sulla scelta di acquistarlo o meno. In Danimarca, Ungheria e Francia tasse di questo genere sono già in vigore, si spera che questo possa influenzare anche altri stati ad adottare la stessa politica.

In conclusione, data la prevalenza, le complicanze gravi e la resistenza al trattamento dell’obesità, la prevenzione diventa una priorità assoluta. L’impatto complessivo sulla salute pubblica deve essere affrontato attraverso politiche pubbliche che modifichino l’ambiente favorendo un’alimentazione sana e l’attività fisica. Devono essere regolamentate le pubblicità dei prodotti alimentari, la qualità nutrizionale degli alimenti confezionati, soprattutto quelli rivolti ai bambini, l’etichettatura dei prodotti per dare al consumatore la possibilità di scegliere. Non bastano promesse o autoregolamentazioni da parte dell’industria, servono leggi che regolamentino il tutto. L’interesse da parte delle politiche pubbliche nell’affrontare l’obesità è relativamente recente, di conseguenza, vi è un’insufficiente conoscenza di base per identificare con certezza quali interventi saranno più efficaci. Il modo migliore per scoprirlo è attuare delle misure quanto prima e valutarne l’adeguatezza.

 

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